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I piani di emergenza

Un guasto, un incidente o, più in generale, lo scostamento dalle normali condizioni di funzionamento di un impianto nucleare può evolvere in una situazione di emergenza che, in prima istanza, può mettere a repentaglio il patrimonio (cioè l'impianto e le sue infrastrutture) e la salute degli operatori e, nei casi più gravi, la salute della popolazione e la salvaguardia dell'ambiente.

Una situazione di emergenza, quindi, può presentare differenti aspetti ed essere generata da cause diverse, che possono dipendere dall'uomo (negligenza, errori tecnici e di gestione o di progettazione, insufficienza di atti amministrativi, disorganizzazione, atti malevoli, sabotaggio, etc.) o da eventi naturali, quali terremoti, tsunami, alluvioni, frane, fulmini, eruzioni vulcaniche ecc.

Nei casi più gravi, la condizione di emergenza può essere determinata da più fattori o da una loro concatenazione e sequenza, come nel caso giapponese dell’11 marzo scorso.

Lo studio a priori dei fattori che possono generare una situazione di emergenza e della loro mutua interazione, sovrapposizione e concomitanza, cosi come la probabilità di accadimento di un determinato evento iniziatore della sequenza incidentale e la sua evoluzione nel tempo e nello spazio con le relative conseguenze è, quindi, di fondamentale importanza per la progettazione, realizzazione ed esercizio in sicurezza dell'impianto, per stabilire a priori i limiti e le condizioni di esercizio e la pianificazione delle emergenze, nonché per la predisposizione di un adeguato sistema di risposta, con particolare attenzione per la salute della popolazione e l'ambiente.

Le conseguenze di un’emergenza possono ripercuotersi esclusivamente sulle infrastrutture dell'impianto, sul sito nucleare e sugli operatori. Si determinerà, in questo caso, una condizione di emergenza interna. Oppure, le conseguenze possono interessare la popolazione e l'ambiente circostante e, in questo caso, all'emergenza interna, si aggiunge l'emergenza esterna. La seconda condizione necessita di un "intervento coordinato di più enti e amministrazioni competenti"(*); non riguarda dunque solo l'operatore nucleare e la sua catena di gestione, ma anche le amministrazioni esterne preposte alla gestione del territorio (principalmente locali), gli enti di controllo e di primo soccorso e la popolazione, la cui collaborazione è essenziale.

In una situazione di emergenza, i gestori si trovano subito di fronte a due fattori importanti, che non giocano a loro favore: la reale disponibilità ed operabilità dei mezzi e sistemi essenziali di sicurezza ed il tempo. Devono, pertanto, prevedere e predisporre a priori tutti gli accorgimenti necessari per garantirsi l'operabilità di sistemi e mezzi, in qualunque condizione, per riprendere il prima possibile il controllo della situazione, mitigare gli effetti dell'incidente e per mantenere l'evoluzione dello scenario incidentale ad un adeguato livello di accettabilità, che nel nostro Paese è stabilito dalla legge con un limite di dose alla popolazione pari a 1 mSv per persona e, comunque, il più basso possibile.

Proprio a causa della pluralità di situazioni che si possono presentare, per la gestione dell'emergenza bisogna prevedere una modularità degli interventi ed una sequenza logica che preveda l'adozione di un certa contromisura a fronte di un determinato evento.

Così, per la protezione della popolazione si prevedono, normalmente, un primo livello di intervento che consiste nel riparo al chiuso, quando il rischio di superare il limite di dose è contenuto, oppure nell'evacuazione dalle zone contaminate, quando questo rischio assume valori più alti o è addirittura superato. A livello precauzionale possono essere stabiliti anche limitazioni sull'uso dell'acqua o di particolari alimenti o dei trattamenti sanitari preventivi per ridurre l'assorbimento di radioattività (es.: distribuzione di pastiglie di Iodio per contrastare l'assorbimento dello Iodio radioattivo), mentre nei casi più gravi si ricorre ai trattamenti sanitari ed ai necessari controlli radiologici, che devono essere predisposti a priori.

Le misure adottate nella fase di emergenza devono, altresì, avere l'obiettivo di rendere possibile gli interventi sanitari e di primo soccorso, sia per i lavoratori sia per la popolazione, di cercare, per quanto possibile, di prevenire e mitigare il verificarsi di lesioni convenzionali non radiologiche agli operatori ed alla popolazione, di proteggere l'ambiente e il patrimonio e di favorire la ripresa delle attività sociali ed economiche.

Un Piano di gestione dell'emergenza nucleare è, dunque, composto da un insieme organizzato di norme, sistemi e mezzi, atti conoscere e fronteggiare eventuali situazioni critiche, al fuori dalle normali condizioni di esercizio. In molti paesi, tra i quali il nostro, il piano è strutturato per livelli di intervento e la sua predisposizione è un preciso obbligo di legge. I contenuti del piano, il processo di valutazione ed approvazione, anch'essi stabiliti dalla legge, coinvolgono diverse entità e discipline tecnico-scientifiche.

Il risultato di tale obbligo, in definitiva, si concretizza con la predisposizione di una sequenza composta da: un Piano di Emergenza Interno per ciascun impianto nucleare, gestito dal direttore tecnico dell'impianto e con obbligo di notifica alle autorità nazionali e locali preposte alla sicurezza, un Piano d’Emergenza Esterna per ciascun sito nucleare, coordinato da un rappresentante locale del governo (in Italia è il Prefetto) ed un Piano Nazionale d’Emergenza per il rischio nucleare e radiologico, coordinato dall'Autorità nazionale di sicurezza. Gli obblighi di pronta comunicazione, in caso di emergenza esterna che potrebbe superare i confini nazionali (nube radioattiva), si estendono alle Organizzazioni sovrannazionali, quali l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (IAEA, early notification) e la Commissione Europea (per i Paesi comunitari).

Da questo scaturiscono subito due necessità, la classificazione a priori dei possibili guasti ed incidenti, come quella riportata dall'International Nuclear and radiological Event Scale (INES), al fine di uniformare le comunicazioni ad un linguaggio comune ed immediatamente comprensibile (anche a livello internazionale) e la predisposizione di adeguati piani di comunicazione ed informazione per il pubblico.

L'efficacia di un piano di emergenza, in conclusione, si basa sulla reale disponibilità dei mezzi e attrezzature preposte, che devono essere sempre disponibili e non utilizzate per altri scopi, sulla solidità del piano, ma soprattutto sulla cooperazione di tutte le entità coinvolte e della popolazione. Per tale ragione, nella fase di gestione dell'emergenza, le comunicazioni al pubblico devono essere semplici ed efficaci, comprensibili anche ai non esperti, convincenti e non contraddittorie e provenire da una fonte ufficiale ed autorevole.

(*) In Italia, definito dal Decreto Legislativo 17 marzo 1995, n. 230 e smi e Legge 225/92